Il valore del tempo nell’era dell’immediatezza

Intuitivamente sappiamo che non è possibile vivere senza spingere il nostro sguardo oltre l’orizzonte immediato di ciò che ci attende, perché è naturale rivolgerci al futuro, sognare e progettare, facendo i conti – quando vi è una sana dose di realismo – con l’inevitabile incertezza che non tutto si svolgerà come speriamo. Eppure questa consapevolezza, fondamentale e vitale, oggi si rivela particolarmente fragile. Si tratta di una fragilità diversa da quella che incontriamo nelle culture in cui la lingua per prima segnala la difficoltà di pensare al futuro, al punto che non esiste il corrispondente modo verbale.

È così, ad esempio, per tanti dialetti del Mezzogiorno, in cui si vive immersi in un eterno presente, come diceva Leonardo Sciascia riferendosi al siciliano. In questi casi, la distinzione tra l’oggi e il domani non è netta, ma non è neanche rimossa. Si guarda al futuro con circospezione, ridimensionando le attese per proteggersi dalla disillusione, e preparandosi comunque ad affrontarlo – sforzandosi di non scivolare nel fatalismo – proprio perché viene percepito come prossimo, una dimensione con cui è impossibile non confrontarsi.

Oggi, invece, fatichiamo a riconoscere proprio questa distanza temporale che insieme distingue e mette in relazione presente, passato e futuro. Più che allontanare il futuro dal nostro orizzonte per non pensarci, lo abbiamo “incollato” al presente, schiacciati da un oggi totalizzante e asfissiante. Inoltre, troppo spesso viviamo in una condizione di “smemorati”, che ci fa dimenticare la nostra storia. Ma così il tempo non riesce più a svolgere la sua funzione creativa e generatrice: questo atteggiamento rischia di sradicarci dalla realtà in cui viviamo e di portarci al di fuori del tempo, ripiegati su noi stessi.

Diversi indizi indicano che ci concentriamo sempre più spesso sul presente in modo distorto, ben lontano da quella sapienza che invita a vivere appieno il singolo giorno, nel solco di una storia che lo precede e rivolto verso il futuro, senza svuotarlo della sua reale consistenza. Ne passeremo in rassegna alcuni, per poi spingerci a considerare alcuni spunti utili per sottrarsi alla morsa di un presente sempre incombente e che fagocita tutto, dal piano personale a quello collettivo e, più in generale, a livello sociale.

Il primato dell’urgenza

Un primo tratto si impone all’attenzione: l’urgenza, che è divenuta pervasiva. Viviamo in una sorta di ingiunzione esplicita o inconscia alla reazione in tempo reale agli avvenimenti, alla risposta immediata a una richiesta. Lo sperimentiamo sia nella sfera privata sia in quella pubblica: in entrambe, l’urgenza diventa l’espressione massima di ciò che è importante e, di riflesso, dà importanza a quanti sono chiamati a risolverla. In questo modo, però, possono finire nel dimenticatoio questioni rilevanti e non contingenti, che possono anche essere urgenti, ma che non vengono percepite o presentate come tali in alcune narrazioni, come nel caso dei cambiamenti climatici.

Nelle relazioni personali, nel contesto lavorativo, all’interno dei mondi associativi in cui siamo inseriti, la corsa continua da un impegno all’altro e la velocità che ci aspettiamo nelle comunicazioni sono due indicatori significativi di quanto abbiamo assimilato il “pensare secondo l’urgenza”. Anche sul fronte dell’informazione assistiamo a una vorticosa successione di “notizie del giorno”, spesso accompagnate da strascichi polemici, che per poco tempo oscurano ogni altro avvenimento monopolizzando i mezzi di comunicazione, a cui compulsivamente ci rivolgiamo per paura di non essere abbastanza “sul pezzo”, tanto da cadere, in taluni casi, nell’ansia sociale nota come “FOMO”, in inglese fear of missing out, che riflette la paura di essere tagliati fuori dal presente. Questo, ovviamente, finché non si impone un’altra questione più urgente che fa scivolare la precedente in secondo piano.

Agire rincorrendo l’urgenza del momento è divenuta anche la cifra di buona parte della politica, che insegue le varie emergenze man mano che si profilano non solo dal punto di vista comunicativo ma anche sul piano della tecnica normativa. Da tempo gli esperti denunciano l’uso distorto dei Decreti legge da parte dei Governi, incluso quello attuale, che per calcoli politici hanno progressivamente allargato le clausole di necessità e urgenza previste dalla Costituzione come limiti per il loro utilizzo. In questo modo hanno finito per snaturare la funzione originaria di questi provvedimenti, imponendo al Parlamento tempi brevi per affrontare temi in alcuni casi molto complessi, che richiederebbero tempistiche ben diverse per considerarne le cause e le soluzioni possibili da adottare. Eppure, pressati dall’urgenza, è facile barattare lo sguardo attento a ciò che precede le nostre decisioni e a ciò che comporteranno con la prima soluzione possibile, perché sembra che non ci sia tempo per fare altrimenti!

Una stanchezza divenuta cronica

Si può individuare in questa accelerazione una delle cause all’origine della stanchezza che tanti confessano di sperimentare nel portare avanti le attività quotidiane, al punto da far pensare che sia divenuta quasi una condizione cronica. Non si tratta, infatti, della sensazione positiva ed entusiasmante che si genera quando ci si impegna per realizzare qualcosa di autentico e significativo per sé e per gli altri, ma la percezione di essere prigionieri dell’eterna ripetizione di quanto già fatto, incapaci di metterlo in discussione o impauriti all’idea di farlo.

Non ci prendiamo allora il tempo necessario per rileggere un’esperienza vissuta, valutando se sia stata vitale e generativa o meno, in modo tale che sia possibile introdurre modifiche e adattamenti per le azioni future o porvi fine, quando si constata che non risponde più a un bisogno o a un desiderio. Da questo approccio derivano due corollari: si procede replicando automatismi ereditati e ritenuti ancora validi, determinando una progressiva sterilità nella capacità di leggere la realtà e di proporre idee e soluzioni innovative; è necessario un enorme dispendio di energie, che però non indirizzandosi verso qualcosa di vivo, finisce con l’andare sprecato. Da qui il senso di vecchio e di immobilità che si respira nella società, che si infiltra in tutti i nostri ragionamenti e discorsi e inevitabilmente conduce a una presa di distanza dalla realtà, a una sorta di indifferenza, a un calo della partecipazione e dell’impegno.

Nessuno è immune da questo rischio, indipendentemente dall’età e dalla formazione ricevuta, dai contesti in cui è cresciuto e dalle scelte che ha compiuto in precedenza. Al contempo – e questa è la buona notizia – questa condizione non è ineluttabile ed è palpabile nelle persone il desiderio di scrollarsi d’addosso questa percezione di stagnazione, lottando per trovare piste su cui lavorare e possibilità da esplorare, nonostante gli ostacoli e gli inciampi.

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